Pubblicato da: iltabe | maggio 30, 2011

Sole dentro e pioggia fuori

Pe[n]santezze sconosciute

♪♪ X-press 2 – Give it ♪♪

Ricordo che fu una cosa progettata. Quasi infantile agli occhi di un estraneo; quasi infantile anche ai miei occhi di oggi. Eppure, progettarlo insieme, è stata una cosa meravigliosa. E’ stato il primo progetto, con una carica ed una intensità mai provati prima. Tutto ebbe inizio al thailandese vicino alla gelateria Gianni di via Montegrappa. Ci siete mai stati? In realtà non ha molto di più di un qualsiasi cinese: arredamento finto orientale, mezzi Cinesi che non hanno ancora imparato mezza parola d’italiano ma soprattuto tanta, tantissima puzza di fritto. E’ inevitabile, quella c’è perforza. Ogni cinese però ha qualcosina che lo distingue dagli altri: un nodo al fazzoletto, la disposizione delle bacchette, un centro tavola o, nel nostro caso, l’acquario. Il thailandese vietnamita di cui parlo ha due tavoli fatti di vetro, spessi una trentina di centimetri, al cui interno una manciata di minuscoli pesciolini si confondono con i sassi, con l’arredamento, con le chiazze di unto sul pavimento. Mangiare sui quei tavoli è comunque molto suggestivo e romantico… o almeno credo. In realtà non ci hanno mai seduti lì. A noi era destinato un minitavolino per due, molto vicino ai tavoli acquario, attaccato però al vero punto forte del posto: due orrende colonne di vetro con l’acqua dentro. Immaginatevi di lasciare un bicchiere d’acqua all’aperto per tanto tempo, con la premura di rimboccarlo ogni tanto. Dopo un po’ di tempo la purezza e la limpidezza che il binomio vetro-acqua possono avere svanisce completamente, ed al loro posto rimane quello schifosissimo alone bianco nella parte alta, il vetro a chiazze di sporco, di calcare, nel nostro caso di unto. Niente da dire: Òrende. Però c’erano le bolle dentro.. eh sì! Quello cambia decisamente tutto. Ma a noi il nostro minitavolinoperdue piaceva tanto. Alla fine era appartato, nascosto dalla colonna acqua calcare e bolle, era piccolo, era speciale. Quì, tra involtini fritti vietnamita con insalata e menta, la specialità del posto, iniziammo a progettare. Sapevamo che sarebbe stato il 30 novembre 2008. Sapevamo che sarebbe stato a casa sua, quella nuova, di cui ancora non possedeva le chiavi. E poi tutto il resto l’abbiamo deciso da lì. Abbiamo fatto una lista con l’elenco delle cose da avere, materiali e non. C’erano i tovaglioli, una tovaglia da mettere per terra, il miele, i formaggi, 2 bicchieri, il prosciutto, la mortadella, le casse ed il computer. C’erano i grissinoni, le candele, il vino rubato (anzi la cassa rubata), l’accendino. Così passarono i giorni… e gli aggiornamenti sono stati tanti: “Ho la copia delle chiavi di casa”, ho comprato questo, ho trovato quello. Finchè il giorno non arrivò. E con lui tanta, tantissima pioggia. Ovviamente lei mi aspettava a casa, ed io sarei arrivato, come il principe azzurro sul suo destriero bianco. Era già sera, quindi buio. L’acqua faceva un casino fortissimo: oltre al brusio di fondo, le gocce scrosciavano contro i miei scuri di metallo facendo un ritmo asincrono davvero molesto. Io avevo preparato ormai tutto. Avevo lo zainone di decathlon da 40 litri stra colmo. Avevo un pigiama, un cambio e una marea di cose. Ma quì il progetto era grande e noi volevamo strafare. Così avevo anche una borsa, di quelle plastificate e spesse, con la cerniera per chiuderla. Dava anche una parvenza di impermeabilità. Staccai le casse del computer per incastrarle in questa borsa. Ingarbugliato tra i fili ero buffo. E, soprattutto, non me ne fregava una sega di niente. Della pioggia, di mia madre, del freddo, del fatto che mi sarei bagnato. Le casse sono delle 3.1 della logitech. Quindi, come prima cosa, posizionai il subwoofer grosso ed ingombrante; era della stessa identica larghezza della base della borsa di plastica. Che culo. Tutto il resto si incastrò facilmente. E la borsa diventò colma anche lei. E pesantissima. L’abbigliamento era adeguato. Canottiera dentro le mutande. Fondamentale per i colpi d’aria. A dire la verità ci ho riflettuto un po’ se metterla o no. Fa maschio? o fa sfigato? In quel periodo non avevo di certo fiato, ma il fisico sicuramente più di adesso. Andavo in palestra. L’ho messa. Poi maglietta, jeans, felpa, giubbotto e impermeabile sopra a tutto. Un ultimo sguardo tra le fessure dei battenti di camera mia. Niente, non avevo nessuna voglia di aspettare che smettesse di piovere. Dopo quasi un anno mia mamma mi ha addirittura chiesto se volevo la macchina. Mi ha fatto sentire tremendamente bene. Apprensiva com’era mi ha lasciato andare, in vespa, con una montagna di roba sulla schiena e tra le gambe, con quel temporale, col buio. Le ho voluto un bene dell’anima, perchè ho letto che stava trattenendo la sua preoccupazione. Lo stava facendo per me. Perchè mi vedeva felice. Il primo passo fuori casa è stato come una secchiata d’acqua fresca in estate a 40 gradi sotto il sole. Peccato che fosse novembre e facesse un freddo del porco. La sensazione però era la stessa. Ero contento di prendere tutta quella pioggia. Mi faceva sentire un eroe, un cavaliere fiero, col petto all’infuori e la testa alta. Una difficoltà da superare, certo che l’avrei superata. Così posizionai tutto, con la minima cura, sulla vespa parcheggiata sotto un albero di alloro fuori dal garage, al riparo dalla pioggia fitta ma esposta ai goccioloni filtranti tra le foglie. Un’ultima pulita alla sella, lancio lo straccio in garage, perterra in un angolo. Chiudo tutto. Metto in moto e parto. Arrivo al cancello sulla strada, svolto nella via e prima di dedicarmi al 100% alla guida e alla pioggia, faccio un minimo ripasso. O meglio semplicemente mi chiedo “Ho preso tutto?”. Porca puttana il casco. Non volevamo precluderci l’opportunità di poter uscire, anche tardi, anche solo per vedere le stelle, la luna. Ma quale stelle ma quale luna, diluviava! Avrebbe mai smesso? NO. e non lo fece. Ma che importava.. il casco andava preso. Sono tornato indietro, parcheggiato sotto l’alloro, aperto il garage e mi sono infilato tra il muro e la macchina per raggiungere l’angolo in fondo. Beh… casco.. chiamiamolo così anche se non avrebbe protetto manco un sasso. Non si chiudeva neanche: bisognava fare un bel nodo. Sicurissimo ovviamente. Ora, ero davvero colmo. Dove metterlo sto benedetto casco? L’ho allacciato allo zaino alla meno peggio. Bona. Si parte? eddai. Niente, neanche 200m che il casco si slaccia e rotola in mezzo alla strada. Perfortuna non passava nessuno… mi son fermato, la vespa si è spenta, sono partite imprecazioni notevoli. “A sto giro non mi freghi”. Doppio nodo con stretta finale tenendo quel benedetto laccetto con i denti. Finalmente ero OK. Il viaggio è stato meraviglioso. Lo chiamo viaggio perchè sono pur sempre 8 km e la meta era a me sconosciuta: non c’ero mai stato a casa nuova. Ma avevo la mappetta stampata in testa, guardata fino a 3 secondi prima di uscire di casa. Rotonde, rettilinei e MR-Breeze davvero in forma. Sono passato sotto al grande sottopassaggio che collega il lazzaretto a via saffi. Una bella tirata e le goccioline che si staccavano e mi volavano dietro. La parte finale però è un bel rettilineo in salita, allo scoperto. Immerso tra le mille aspettative e con un sorriso a 122 denti, annusavo quegli odori umidi e talvolta pungenti della pioggia torrenziale. Poi mi giro, quasi per caso e lo vedo. Quel cazzo di casco si era slacciato un’altra volta. La macchina che stava poco dietro di me lo prende in pieno e lo scaraventa a lato. “Oddio” ho pensato e mo? Inizio a frenare in maniera un po’ impacciata, non sapendo bene dove e come, sapendo che la vespa si sarebbe spenta, con le mille borse e precauzioni anti pioggia. La gente su quegli stradoni è anche un po’ matta. E le velocità non sono sempre quelle da città. Così metto Mr-Breeze sul cavalletto a lato, ma comunque in mezzo al cazzo. Saltello come un fringuello bagnato qualche decina di metri prima per recuperare quel benedetto casco. Faceva talmente schifo che anche finito sotto una macchina non aveva subito cambiamenti apprezzabili. Ma comunque, indubbiamente, era l’ultimo dei miei problemi. Avevo superato la metà del tragitto. Ma col culo che volevo perderlo un altra volta. Poi come un coglione lo vedo: c’aveva l’asola in metallo e avrei potuto fin dall’inizio attaccarlo al gancetto del sottosella. Meglio tardi che mai. In tutto ciò ovviamente la pioggia era semplicemente aumentata di brutto. Evabbò. Sono ripartito questa volta senza fermarmi più. Il complesso abitativo era nuovo di pacca. Nessuno ci abitava ancora. Non c’erano parcheggi. Era intonso. Il piano terra è uno spazio coperto, un poco labirintico ma al riparo, con rampe per disabili e scale che collegano i 4 vani scala e i conseguenti accessi. Ho parcheggiato la vespetta a caso, difianco alla buchetta delle poste di non so quale numero. L’ho lasciata lì qualche minuto intanto che mi ripigliavo, mi “asciugavo” e cercavo quale fosse il numero 4. Feci un mezzo giro anche per capire dove parcheggiare Mr-Breeze e quando tornai a prenderla, mi venne da ridere: aveva fatto un lago sotto di se. Il pavimento era anch’esso nuovo di trinca, con ancora quella sabbiolina fine fine probabilmente derivata dalla malta per fissare le piastrelle. Avevo lasciato un segno. Ne avrei lasciati altri in futuro. Quello fu il primo. Incatenai il mio destriero alla rampa per i disabili. Era troppo fuori luogo. La salutai come faccio sempre e la ringraziai per il tanto cuore.

Infine suonai e lei mi aprì. La casa era minimal: vuota. C’era solo la cucina, i sanitari e il letto di camera sua. Riga. Io mi spogliai (erano bagnate pure le mutande, per farvi capire), mi asciugai, mi cambiai ed entrai nel suo Boudoir. E di quel che successe dopo posso dirvi che aveva un unico, intenso, inebriante, meraviglioso profumo di Ambra.

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